Captcha: l’invenzione da milioni di dollari

Captcha è l’invenzione che permette a Google e ad altri servizi di “delegare” il lavoro sporco ad utenti ignari che non vengono retribuiti.

Captcha chiamato anche “Test di Turing inverso” permette di riconoscere se l’utente con cui il sito internet o un servizio online sta interagendo è una macchina o una persona fisica.  Questa distinzione risulta di fondamentale importanza per evitare che un utente non umano provochi ingenti danni ed intasi i server che gestiscono i dati. Trattandosi di computer considerati come “apparecchi stupidi” non sono di fatto in grado di leggere ed interpretare parole di difficile comprensione o immagini particolari cosa che invece per un uomo risulta un processo che dura di pochissimi secondi.

Oltre ad essere di vitale importanza per uno scopo protettivo, questo “test” ha permesso a colossi dell’informatica come Google di far svolgere il “lavoro sporco” a milioni di utenti ignari che contribuiscono ad alimentare ed ottimizzare l’indicizzazione di fotografie, mappe o di digitalizzare libri.

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Questo codice è composto da due parti, la prima parola di solito è leggermente più difficile da interpretare e da riscrivere correttamente nel box sottostante e corrisponde al famoso “test di turing” sopra citato che consente di svolgere una funzione di protezione. La seconda parola, in questo caso “Inquiry” è una parola presente in uno dei milioni di libri situati nella biblioteca nazionale americana che aspetta di essere digitalizzato dall’utente finale. Il passaggio dal cartaceo al digitale è un lavoro monotono, ripetitivo ed altamente costoso per alcuni contenuti come, in questo caso, libri che però necessiterebbero il lavoro di  migliaia di persone e ore per potere essere trasformati in versione digitale.

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Un’altra versione di Captcha prevede, invece una parola da digitalizzare, spesso digitalizza una sequenza di numeri al numero civico di una via immagazzinata dal famoso servizio Google Maps.

In entrambi i casi il “lavoraccio” viene affidato all‘utente finale il quale, ovviamente, non è a conoscenza che viene sfruttato dalle big company sia per generare profitti derivanti dalla “delega del lavoro” sia per ottimizzare servizi sia per indicizzare in modo ottimo contenuti multimediali.

Per realizzare questo articolo ho preso spunto dalla lezione avvenuta il  3 Marzo 2016   dal docente dell’università iulm A.Carignani.

 

Leonardo Oggioni
22 anni, appassionato di tecnologia in tutti i suoi aspetti dall’acquisto del suo primo smartphone. Ha precedentemente lavorato in diversi rivenditori Apple ed è in continua ricerca di smartphone, smartwatch applicazioni ed accessori da recensire e rumors da approfondire.

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22 anni, appassionato di tecnologia in tutti i suoi aspetti dall’acquisto del suo primo smartphone. Ha precedentemente lavorato in diversi rivenditori Apple ed è in continua ricerca di smartphone, smartwatch applicazioni ed accessori da recensire e rumors da approfondire.